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  • Andrea Catena

PSICOFISIOLOGIA DELLA TRISTEZZA

Le emozioni sono fondamentali nella nostra vita. Tuttavia, siamo spesso portati a considerare alcune emozioni più adeguate rispetto ad altre: alcune “positive”, altre “negative”; alcune “giuste”, altre “sbagliate”. In realtà questo etichettamento non è corretto.

Tutte le emozioni che proviamo sono essenziali, e lo è anche la tristezza: sono state fondamentali per l’evoluzione della nostra specie e svolgono ancora adesso funzioni indispensabili per la nostra sopravvivenza e qualità di vita e sono, quindi, mezzi fondamentali per prendere decisioni ed effettuare scelte che siano “giuste” per noi in uno specifico momento, consentendoci di organizzare il nostro comportamento in maniera coerente con quello che va bene per noi.

Nonostante questo, però, tendiamo spesso a svalutarne l’importanza, assumendo atteggiamenti che non ci consentono di stare in contatto con alcune di loro. E questo vale, soprattutto, per quelle che tendiamo a considerare “negative” o “spiacevoli”. Tra queste troviamo la tristezza.

La tristezza sembra svolgere due funzioni, entrambe fondamentali: nel primo caso, la funzione ha una natura puramente relazionale: in pratica, la tristezza ha il ruolo di segnalare a chi ci circonda, il bisogno della loro vicinanza.

Ed infatti, quando l’individuo sente il bisogno dell’altro, del suo supporto e sostegno, segnala sin da subito questo bisogno di vicinanza emotiva. L’espressione maggiore è il pianto: per esempio, un bambino piange quando viene allontanato dalla propria madre. Oppure, da adulti, piangiamo per la fine di una relazione.

Questo perché vogliamo segnalare all’altro che questa distanza ci fa stare male, in quanto viene meno proprio il supporto che l’altro, con la sua presenza, ci fornisce.

La seconda funzione, invece, ha un ruolo essenziale nella nostra esistenza.

In pratica, la tristezza diviene il modo in cui l’individuo riesce a riflettere e ad analizzare gli eventi della propria vita, soprattutto quelli spiacevoli. Sperimentando quest’emozione, è come se si venisse “spinti di fronte alla realtà”: si riesce ad assumere consapevolezza di ciò che sta accadendo e, soprattutto, si cerca di trovare un senso valido per il dolore provato.

Quindi la tristezza diventa fondamentale per rielaborare ed affrontare un evento spiacevole e doloroso; da ciò, nella maggior parte dei casi, deriva il cambiamento.

Ebbene si, la tristezza ci permette di cambiare.


Ma ciò che pensiamo della tristezza, così come delle altre emozioni, e quindi le nostre valutazioni e credenze in merito, influenza la nostra disponibilità a starci in contatto ed esprimerla agli altri. La nostra cultura spesso ci porta a considerare la tristezza come un qualcosa che è meglio nascondere, non mostrare.

Ma le motivazioni che possono sottostare alla poca disponibilità a stare in contatto con la tristezza ed esprimerla all’esterno possono riguardare anche altri piani. In alcuni casi si possono avere credenze relative al fatto che mostrare tristezza potrebbe significare mostrarsi non sufficientemente interessanti o attraenti per gli altri. E magari per questo anche essere lasciati soli.

Inoltre, nelle persone che hanno sofferto di depressione, è frequente il timore che sperimentare tristezza possa significare ricadere nel disturbo. E lo stesso timore può essere sperimentato da chi, pur non avendo sofferto di depressione in prima persona, ha avuto l’esperienza del disturbo in famiglia o in persone a lui vicine. In questi casi si può anche non essere disponibili a contattarla per timore di non poterla gestire, controllare o tollerare. O pensare che se si inizia a sentire la tristezza si potrebbe essere tristi per sempre.

La tristezza, come ogni altra emozione, è caratterizzata dall’essere uno stato transitorio. Vale però la pena sottolineare che la durata delle emozioni può essere influenzata da diversi fattori. Tra questi troviamo la valenza soggettiva dell’evento che le ha provocate e i meccanismi di rimuginio e ruminazione.

Tali meccanismi possono incrementare i pensieri relativi all’evento che ci ha fatto provare tristezza, facendoci sentire ancora più tristi, in un circolo vizioso che, oltre ad influenzare la durata dell’emozione stessa, potrebbe abbassare anche significativamente il nostro tono dell’umore o mantenere un disturbo depressivo quando presente.

In conclusione, la paura di sentire e stare in contatto ci porta spesso a vivere evitando le nostre emozioni. Ma questi meccanismi hanno costi importanti. È vero che contattare quello che sentiamo può essere a volte faticoso, doloroso, metterci davanti a problemi da affrontare. Ma è anche vero che non contattarle significa vivere una vita non piena.

Così, non consentirci di sperimentare la tristezza ci priva della possibilità di imparare a gestirla: non ci consentiamo di sperimentare il fatto che abbiamo tutte le risorse necessarie per fronteggiarla o almeno imparare a maneggiarla. Non riusciamo a vedere che la tristezza è solo tristezza. E non la accettiamo come parte della nostra vita, una naturale fase di passaggio.

È necessario dunque entrare in contatto con l’emozione della tristezza, imparare a conoscerla in maniera non giudicante per non esserne travolti; quali sono le componenti fisiologiche della tristezza?


La temperatura del corpo si abbassa

La tristezza aumenta sensibilmente la sensibilità al freddo, così come l'euforia o la compagnia aumentano il calore emanato dal nostro corpo. Vivere una sensazione di isolamento o di rifiuto, ci farà avvertire come inferiore la temperatura della stanza nella quale ci troviamo e cresce l'esigenza di assumere cibi o bevande calde. Non si tratta però di una semplice sensazione, in quanto la temperatura corporea si abbassa realmente quando siamo tristi.


Aumenta lo stress: la tristezza agisce su cortisolo e serotonina

Altro effetto della tristezza sul corpo è l'aumento dello stress: ha infatti un effetto diretto sul cortisolo, ormone fondamentale nel processo di regolazione degli zuccheri nel sangue e che agisce su pressione sanguigna e qualità del sonno. A ciò si associano sintomi come: malattie polmonari, cardiopatie e malattie legate al fegato. Quando si è particolarmente tristi o stressati il corpo non funziona nel modo giusto e il rischio di ammalarsi aumenta. A causare questi problemi al sistema immunitario non è lo stress, ma la convinzione di non poter fare nulla per cambiare quella situazione.

La tristezza abbassa anche i livelli di serotonina, il cosiddetto ormone della felicità. Ciò potrebbe provocare reazioni aggressive, depressione, ossessioni compulsive. Quando affrontiamo un periodo di tristezza prolungato, con molta probabilità ci recheremo spesso dal medico, per diversi malesseri fisici, e il risultato degli esami dimostrerà che si è in buona salute: ciò dimostrerà che stiamo bene fisicamente, ma non psicologicamente.


I pensieri aumentano il bisogno di energie

Anche se potrà sembrare strano, quando siamo tristi, il nostro cervello è più attivo. Ciò avviene perché, durante i momenti di tristezza, il cervello lavora di più, in quanto intento a ricordare, a pensare a soluzioni oppure alternative utili. Capita quindi spesso di non dormire, quindi il cervello resta attivo per molto tempo: solitamente il cervello utilizza circa il 20% della nostra energia ma, quando siamo tristi, si attivano più di 70 aree celebrali diverse. Ciò aumenta anche il bisogno di glucosio da parte del corpo, cresce quindi anche la voglia di assumere dolci.


Cresce il bisogno di piangere

Quando siamo tristi il nostro cervello accumula molte tensioni che possono essere liberate con il pianto. Piangere diventa quindi la soluzione ideale per rilassarsi e liberare le emozioni: dopo il pianto, il corpo libera endorfine che aumentano il senso di rilassatezza. Fondamentali quindi, nei momenti di tristezza, non trattenere le lacrime. Anche una passeggiata o praticare attività fisica può aiutare a liberare endorfine, anche se piangere è spesso necessario per liberarsi del nervosismo causato da tristezza e momenti negativi. Quando si sta male, è importante quindi trovare un modo per alleviare il senso di malessere.


Come gestisco la tristezza?


Accettatela.

Abbiamo già affermato di quanto sia “poco accettata socialmente” la tristezza… ma tutto ciò è davvero disadattivo, soprattutto per il nostro benessere. Bisogna partire dall’accettare che la tristezza, essendo un’emozione, è totalmente naturale: non c’è nulla di male ad essere tristi e a dimostrarlo. Solo riuscendo a darci l’opportunità di essere tristi, riusciremo ad affrontarla e a gestirla. Quindi è naturale che ci sia come è naturale farci i conti.


Provate a piangere.

Crescendo, diventiamo bravi a controllare questa reazione istintiva e, quindi, diventiamo più bravi a non piangere. Ma, in alcuni casi, è necessario farlo. Moltissimi studi scientifici hanno dimostrato come il pianto sia un utile meccanismo di reazione in quanto, attraverso le lacrime di tristezza o di dolore, il corpo produce e libera alcuni degli ormoni che si sono accumulati per il troppo stress. Allo stesso tempo, il pianto stimola il sistema endocrino, determinando il rilascio di endorfine, gli ormoni del benessere. Vi è mai capitato di sentirvi molto meglio dopo aver pianto? Non è casuale. Quindi, piangete senza alcun timore!


Dedicatevi a voi stessi.

Una volta che vi sarete guardati nel profondo e avrete accettato la tristezza, sarà ora di reagire. Dopo aver accettato la tristezza, e dopo esservi presi del tempo per fare i conti con questo stato emotivo, è fondamentale dedicare le energie a voi stessi e a ciò che vi piace. Insomma, dopo aver provato e superato la tristezza, non esiste miglior cura dell’iniziare a vivere di nuovo!

Ma ricordiamo che è possibile (anzi necessario!) chiedere l’aiuto di un professionista nel caso in cui sentissimo di non riuscire a gestire la situazione autonomamente: trattamenti specifici per i disturbi dell’umore come il neurofeedback disponibili presso il Centro di Psicologia (Via Torino 24/11 - Cernusco S/N) e presso l'Ospedale San Raffaele Ville Turro (Via Stamira d'Ancona 20 - Milano).


Contattami per fissare un appuntamento.

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